
E credo che ogni tanto rivisitare le proprie abitudini possa far bene. Ma l'abitudine, per me, è il cappotto rivoltabile, che passa di generazioni, esperienza narrativa e non vissuta, metafora incerta che si accoda al censimento delle immagini-blog: vedrete voi se anche questo blog, consumato dagli occhi di voi lettori, si potrà rivoltare rinnovandosi, o rinnovare rivoltandosi, come una pezza di stoffa, come un abito abitato o una giacca che sembra nuova, ma non lo è. Ah, dimenticavo, la "giacca nuova" si chiama www.coltisbagli.it. Da oggi mi trovate lì.
E mi pare che inserire nel nuovo "ambiente" la pubblicità di Google sia non solo un atto di basso utilitarismo (il tentativo blando di andare in pari col costo annuale del nome a dominio...) ma anche un segnale eminentemente simbolico: qui si è passati all'auto-brandizzazione, quindi le mie parole devono di necessità contaminarsi con gli annunci pubblicitari "pertinenti". Ma "pertinenze" continua a ricacciarmi dentro l'appiccicosa metafora abitativa. Ed è bello già verificare che parlando di "sfratto" l'annuncio pubblicitario automatico, semi-mimetico, ha sapore e pertinenza "immobiliare". Mi interessa la pertinenza semantica, ed anche la "pertinenza" millesimale, condominiale. Il corto circuito virtuoso tra uso e uso pubblicitario del segno. In verità aspiro ad una consistenza e credibilità delle mie parole che sia almeno pari agli annunci semanticamente pertinenti che il sistema genera per me. Il boxino di AnnunciGoogle, poi, è già pertinenza del nuovo "corpo abitativo". Sono io che voglio uniformarmi in modo semanticamente pertinente alla macchina, e non il contrario:
E lo sfratto, proprio perché autoimposto, è un segno di frazione, di frattura, fratto-qualcosa-che-non-so. Ma la parola si porta già dietro e mi lega, mani e piedi, alla metafora edilizio-abitativa (che è, da sempre, una scorciatoria ma anche una comodità, cioè un'immagine efficace, a decodifica immediata, elementare, ovvia, e l'ovvio va sempre rispettato...). Così, accade che io non mi senta "a casa" né di qua (perché mi sono imposto lo sfratto/fratto) né di là, che c'è ancora il cellophane sulle poltrone, e l'idraulico non ha fatto gli allacci, e la caldaia non funziona. Cioé, io sono già in una certa soggezione (verso me stesso, quello dello s-fratto/fratto-qualcosa-che-non-so autoimposto) pensando al fatto che non mi permetterò più (per quali vincoli estetico-concettuali poi?) di metterci le foto dei teneroni a forma di topolino:
E io, che sto per cambiare "casa" e per "tombare" pure "giocatore" (no, non è "merito" tuo...) vorrei tentare il censimento definitivo (definitivo!!??) delle metafore allusive, alludenti (deludenti), o delle analogie vaghe, sfumate, esatte, attraverso le quali ci riferiamo (ci? chi?) a questi "quasi-spazi" qua (chiamali blog, siti, rete, web...). Cioé quell'armamentario di immagini, tassonomie, categorie che rispunta fuori volontariamente o meno quando dobbiamo utilizzare lo strumento del riferimento, diretto o indiretto a questa esperienza: case, salotti, camere, caseggiati di ringhiera, quartieri, reparti ospedalieri, condomìni, città, antropomorfìe varie, corpi, organi, sistemi digerenti, sistemi circolatori, diaristica cartacea, flusso associativo....:
E voglio sottolineare ancora quel che dicevo nel precedente post: comunico una fissità, la staticità della mia presenza davanti (o dietro) a questo schermo. E no so nemmeno valutare il grado di "televisizzazione" della rete. Nel senso che, ogni tanto, i contenuti mi appaiono totalmente subordinati rispetto al comportamento (alla manifestazione del comportamento comune) di noi tutti che occupiamo il tempo in un certo modo: in questo modo.
"La tv, piuttosto, produce un suo mondo, quello delle persone che occupano il proprio tempo guardando la tv"
(op.cit. p.62):

Il semaforino rossoverde della chat di gmail è un segnalatore di presenza molto interessante. Verde, rosso, arancione, codice del semaforo a decodifica automatica (daltonismo permettendo). L'incorporazione del significato verde/libero. Preliminare è l'attivazione della funzione chat e l'invito da inviare ad un indirizzo di gmail per poter comparire tra i contatti di chat. Trovo interessante il caso specifico (e non analizzerò Messanger, che non conosco e non uso, o altri sistemi di messaggistica e comunità audio-video, che talvolta uso) proprio per le modalità di integrazione tra l'ambiente dell'account Gmail (che si descrive proprio come ambiente, atrio, hard disk virtuale col contatore dei gigabyte disponibili in perpetuo aggiornamento...) e il segnalatore di presenza dato dalla chat. Apro la posta e non sono più semplicemente disponibile alla fortuita risposta quasi-contemporanea delle mail ricevute, ma segnalo che "sono" lì, dentro il mio account di posta (a leggere la posta, a scrivere mail, a depositare, spedendomeli, file sui quali lavorerò in un altra postazione, a scrivere questo stesso post che troverò salvato in bozze e pubblicherò poi nel pomeriggio...) in quel momento. L'essere dentro l'account, dentro l'ambiente account, è condizione prevalente e fondamentale (secondo l'ottica chat) rispetto alla mia presenza "fisica" in un qualche luogo.
Ora, il semaforino che avverte i miei corrispondenti gmail (preventivamente abilitati) del fatto che io "sono" dentro al mio account di posta - che mi permette comunque di disabilitare la presenza in chat in qualunque momento - (ho avvertito che avrei indagato l'ovvio, e ovvie dovrebbero suonare queste mie riflessioni a chi ha molta pratica con i sistemi di messaggistica on line, pratica che in fondo io non ho....) è personalizzabile con una serie infinita di sottotesti, sottotitoli che, nella funzione basica, dovrebbero segnalare una specificazione del mio stato di "disponibile" o "occupato" (voci di default del verde e del rosso). Di fatto, questi sottotesti sono potentissimi pre-testi. Il caso più semplice è far confliggere il significato cromatico con il senso del testo: sono occupato ma scrivo un sottotitolo che invita il possibile interlocutore a contattarmi, a "disturbarmi" (per citare un messaggio standard generato dalla chat e associato ad una condizione di "rosso"). Questi sottotitoli costituiscono, a mio modo di vedere, un pre-liminare alla comunicazione di forte impatto e densità. Qui racconto - in pochissime parole, meno di una frase - cosa sto facendo, cosa farò, cosa sto leggendo, cosa ho visto al cine ieri sera, dove andrò domattina, il libro che ho comprato, lo stato di salute, l'umore, una massima, un motto, una citazione, un incipit e così via...La forma della domanda, dell'enigma, poi, saranno ancora un esplicito richiamo d'interlocuzione, una richiesta d'attenzione.
Tutti i segnalatori di presenza sono un'implicita richiesta di attenzione e attenzioni. La presenza diventa comunicazione senza contenuto, ecco direi così: io comunico che ci sono, "mi" comunico nel semplice esserci e questo puro "esserci" finisce per imporsi come dato prevalente, preponderante, cannibale, rispetto allo stesso contenuto esprimibile a partire da quella presenza.
"Lo schermo ci inchioda alla nostra situazione di immobilizzati, ci costringe a pensare che per fruire della vita bisogna fermarsi. In un mondo che mitizza il movimento e l'ubiquità, questo è un paradosso formidabile. Passiamo sempre più tempo fissi (immobili, o in movimento, ma sempre con gli occhi fissi sullo schermo) per potere avere diritto di accesso a più luoghi"
(op. cit. p.22)
E mi appare evidente che il mio compito, o la mia abilità più propria, sarebbe quello di dedicarmi all'ovvio, al sempre in vista, alla delucidazione del dettaglio dimenticato proprio perché sovraesposto. Ad esempio, analizzare in modo compiuto i segnalini-semaforo rosso-verdi di disponibilità/indisponibilita a chattare (e i relativi messaggi testuali personalizzabili) all'interno della chat di Gmail. La complessa interazione performativa che scaturisce dalle infinte combinazioni di quei messaggi possibili sono l'ovvio che vorrei indagare nel prossimo post. (chi volesse un account gmail basta scrivermi e chiedere)
"La gestualità serve a disequivocare l'uso del portatile. Con i gesti indico a chi mi sta intorno che sono impegnato "contemporaneamente" in una conversazione telefonica. I gesti sono la cabina telefonica di un telefono che è diventato autonomo da muri"
(op. cit. p.46):
E credo di dover rinunciare temporaneamente ad un certo grado di leggibilità, quella residua, per iniziare una lunga salmodia che si dipanerà lungo tutto il periodo di lettura di "Surrogati di presenza" e che porterà, forse, allo stesso esaurirsi della voce/modo "giocatore". Continuo a trovare l'immagine del "modus" come l'unico salvagente alla nevrosi del flusso indistinto ed all'inevitabile modificazione della percezione delle coordinate del reale e del Sé. L'incorporazione del presente avviene attraverso una serie di segnalatori di presenza (e-mail, chat, sms, piattaforme blog, commenti, post...) percepiti come con-sustanziali non tanto alla possibilità di esprimersi, di con-tattare, quanto alla piena disponibilità del proprio essere. (Tu mi racconti un disagio e vuoi convincermi che sia una cura? Meglio, mi racconti il tuo disagio come cura, sotto la specie del "necessario" e del "contemporaneo"?).
"I media per fortuna sono ambigui, perché la ritualità che attivano, lo scambio di presenze e la loro evocazione, stanno a metà tra un'efficacia reale ("servono") e la frustrazione che provocano ("ci sei, ma non ci sei, sembri qui ma non ci sei"). I media sono formidabili provocatori di nostalgia, perché sono essenzialmente evocativi: è l'evocazione la vera trasmissione che producono" (Franco La Cecla, Surrogati di presenza, p.19):
E mi pare che interna alla "estetica" dadaista del ready-made vi sia chiaramente il gioco linguistico del "vedere-come". Stamani, forse stimolato dalla pioggia, pensavo alla bellezza degli ombrelli rotti. Pensavo allo scheletro residuo dell'ombrello, ormai inservibile, come finta antenna, acchiappasogni articolato, insomma come oggetto "bello" ancorché nascosto dall'uso. L'oggetto si mostra come "artistico" solo se e quando sia liberato dall'uso. Solo ciò che è rotto, quindi, all'interno del Moderno (detto in senso molto lato) acquista rilevanza estetica. Lo scheletro aereo dell'ombrello rotto, al quale pensavo stamani, mi richiamava immediatamente il famoso scola bottiglie di Duchamp. Strano, poi, il verificare un'ampia presenza d'immagini del mio ombrello rotto solo nella sua traduzione inglese ("broken umbrella") espressione, per altro, utilizzata con una certa frequenza in quella lingua.
Sul dadaismo vedi. Profilo del dada, di Valerio Magrelli:
E "Le melodie delle prime opere di Beethoven hanno (già) una fisionomia diversa rispetto per esempio alle melodie di Mozart. Si potrebbe disegnare il tipo di volto corrispondente a quelle razze. E, per esempio, la razza di Beethoven è più atticciata, dalle membra più tozze, con un volto più pieno o più quadrato, la razza di Mozart ha forme più delicate più sottili e tuttavia arrotondate, e quella di Haydn alta e slanciata, del tipo di alcuni aristocratici austriaci. Oppure mi lascio sedurre qui dall’immagine che ho delle figure di questi uomini. Io non credo"*
Pensavo a queste frasi, oggi, ascoltando il concerto per clarinetto e orchestra di Mozart. E pensavo che la conoscenza del secondo movimento di quel concerto, Adagio(ram), o meglio, la memoria musicale di quel movimento da parte di chi legge (hic et nunc) mi sarebbe indispensabile per giocare un certo gioco (sul modello dell'uso della "mitologia" fisiognomica wittgensteiniana, oppure sull'esplicitazione dei giochi aperti dalla disponibilità di un "orecchio assoluto"). Non necessariamente definito. Cioè, l'idea è che certi giochi si costruiscono solo sulla base di una conoscenza (capacità?) condivisa. Magari implicita:
*(L.W. Movimenti del pensiero, p. 52)**
E "Per me non è interessante (dal punto di vista teorico) il fatto che il video sia pubblicato on line. A me interessa il passaggio che lega azione e volontà di ripresa video. Sono d’accordo con te che sostenere la prospettiva causale secondo la quale l’azione discende dalla possibilità di ripresa è semplicistico. Sostengo, però, che la possibilità di ripresa è un modo di concettualizzare, vivificare, dare Senso all’azione. Quindi ne entra a far parte."
(tratto da un commento a questo bel post di Antonio Sofi):
E in questo esatto momento il nostro Paolin si trova su un treno che lo sta portando da Torino a Roma. Sono certo che nello scompartimento attaccherà bottone con qualche ragazza. (se carina, se presente). E dirà, vantandosi, e mostrando una copia del Riformista di oggi che parla di lui, sì vado a Roma alla presentazione di "Una tragedia negata", un mio saggio, uno dei primi titoli di Vibrisselibri, che ci sarà domattina 16 novembre alle 11 e 30 al Caffè Fandango. Purtroppo il curatore del Fondo Paolin non potrà essere presente, ma sarà là con lui, idealmente. Tutti gli amici "romani" che passano di qua sono invitati alla presentazione:
E leggendo la seria serie di considerazioni direi:
"Io sono intero. Ma anche parzialmente stremato.":
E io, che son futurista fin da piccino, utilizzo la meravigliosa lettura di "Tranvai" (1916, audio ram) di Fortunato Depero (di cui son grande appassionato) per segnalare questa preziosissima pagina delle TecheRai.

Su Fortunato Depero:
- articolo, "Depero e il movimento futurista"
- Depero, il sito ufficiale
- il Museo Virtuale
- La mostra (conclusa) "Libri taglienti, esplosivi, luminosi":
E ascolto l'Angelus alla tv, stamani. Sento il coro latino di risposta alle parole del Papa alle sue spalle, ...sicut erat...., e lo sento distante, vuoto, lontanto, staccato dal tempo, dai tempi, dalla stessa piazza, dal mondo. La sensazione mi fa pensare a due cose: 1) allo sciagurato salto all'indietro d'ipotizzare la messa in latino; 2) al bel libro di Gian Luigi Beccaria Sicuterat. Tanto vivamente sconsiglio la prima ipotesi quanto sinceramente consiglio la lettura del libro:
Ricordo che una selezione di testi dell'Essenziale 2006 verrà letta da giovani attori nel corso del convegno PiùBlog (nel corso del quale interverrò con due parole inessenziali sull'Essenziale, il pomeriggio di venerdì 8 dicembre) Qui il file pdf dei testi selezionati:
E chi racconterà la storia, le storie, delle badanti provenienti da mezzomondo che si riuniscono, nei momenti liberi, di fronte al grande murales (conosciuto/sconosciuto per turisti e indigeni) "Tuttomondo" di Haring, proprio qui dietro a dove lavoro io?:
E ((quando ti firmi "unts" io leggo, sento, capisco sempre "ants" e ti vedo proprio come una "ant", o come una moltitudine di "ants", parole brulicanti che circolano qua e là)):
E non so se ne ho già detto in passato, può essere, sul cercarsi i maestri. Ognuno ne incontra diversi, o uno solo, per strani casi, incontri di studio o di affinità, e consigli ricevuti. Per me, ad esempio, Zavattini è un maestro, inimitabile come tutti i maestri, ed anche una fonte d'ispirazione. Nella forma breve del racconto, soprattutto, come in quella sua raccolta del 1941, "Io sono il diavolo", davvero impressionante, per me. O nello sguardo generale, stilistico, sulle cose, sullo scrivere, sullo sperimentare. (prendo spunto dalla saggia Clelia e ne imito qui le indicazioni bibliografiche)
Segnalo
Io sono il diavolo, di Cesare Zavattini
e (se avete qualche euro in più...) Opere 1931-1986 (che contiene anche "Io sono il diavolo"):
E allora penso a "ghelào", al ridere, al sorridere. E lo penso, mentre mi ripeto in testa "ghelào", come qualcosa che sta in superficie, che emerge, che risplende, che affiora, che traspare. Io qui inizio a rispondere a te, al sorriso nascosto, perché spesso, qui, pur sine link, mi è capitato di parlare con te o di riferirmi a quel che scrivi. Ecco, io non riesco a non sentire la natura ossimorica del "sorriso nascosto" (quasi fosse "sorgente tramonto"). Dove è il mio "sorriso nascosto" se non in una concentrica relativizzazione/approssimazione dei giochi nei giochi linguistici? Eppure capisco che nel sorriso (nel "sub" che contiene...) si possa sentire il "sottotraccia". Quindi, all'opposto dell'ossimoro, il pleonasmo del subriso, di necessità nascosto. Ma io sento che il mio sorriso nascosto è palese ed rimasto tale e intatto proprio dentro (attraverso e grazie a) il mio giocare. Tu dici "Come il sorriso del bambino, che annegato nella faccia da adulto, ogni tanto rispunta, non visto - o addirittura il sorriso incomprensibile, di un’intera società bambina." E' una bellissima frase. Mi fa tornare in mente un verso, altrettanto bello, di una canzone di Conte "Sparito sembra poi da qualche viso/lo stesso proprietario - dov’è andato?/Ma poi di colpo, complice un sorriso,/ indietro torna dal paradiso".:
"E la parodia è lo stato più avanzato del discorso sulla contrainte che oggi, mi pare, si possa individuare." (Edoardo Sanguineti, tratto dall'Introduzione a La biblioteca Oplepiana, Zanichelli)
"Questa con-fusione dei codici linguistici, o questa parodia permanente di un originale perduto e distante, è, questa è la tesi, un tratto peculiare dell'esperienza blog; esperienza nella quale originale e parodia non possono darsi e distinguersi." (io, tratto da "Il Fondo Paolin: parodia e doppio nel concetto di autore in rete" (abstract)
":
E "Il blog è l'anticoagulante della scrittura. E' la cardioaspirina di chi scrive. Qui la circolazione si fluidifica nella lunga serialità temporale di un Senso che è sempre ulteriore perché somma, sommatoria, indice, sequela, rosario di parola.":
E andrebbero lette col tono stentoreo e "littorio" riprodotto (filologicamente, quindi parodisticamente) da Guzzanti in "Fascisti su Marte", le frasi marinettiane di rifondazione dell'italica cucina che ci ricorda stamani Gian Luigi Beccaria nella sua rubrica su TTL Parole in corso. La traduzione autarchica che preferisco, essendo io goloso, è certamente "peralzarsi" al posto di "dessert". Se poi il peralzarsi fosse un tiramisù, penso io, il cerchio linguistico si chiuderebbe perfettamente. Il gioco linguistico futurista coi termini della cucina , e l'associazione coi fascisti su Marte, mi ha fatto venire in mente (messaggio pubblicitario) il bellissimo Patate su Marte. dell'amica Alessandra Berardi, poetessa-performer-attrice-autrice di programmi radio e tv. Consiglio a tutti, grandi e piccini, di leggerlo e di regalarlo. E' meglio di un peralzarsi:
E leggevo il resoconto, su LaRepubblica di carta, del Baricco che legge Melville. Leggo l'articolo, e a me non interessa niente di Baricco, né di Melville, né della Balena, in linea di massima. Io sospetto, ormai, di soffrire di un qualche disturbo, perché mentre leggo una, due, tre volte il nome "Achab" nel corpo dell'articolo continuo a pensare "a Bach". M'intestardisco inutilmente in una serie di ragionamenti che portino da Achab a Bach, e non c'è proprio niente di niente che li unisca oltre a quelle sole quattro lettere. Inizio a temere che abbiano ragione loro. (sottovoce: ma mi convincerò solo quando i rilievi verranno mossi, e contemporaneamente, da tutti e tre i terzi dell'impresa):
E mi risulta inconcepibile che il nome di Giovanni D'Anzi non suoni familiare all'uditorio. Autore di memorabili standard della nostra canzone (...Bambina innamorata, Ma l'amore no, Ti parlerò d'amor....) giustamente ripresi da Bollani in un disco di difficile reperibilità ma imperdibile, Abbassa la tua radio, D'Anzi è stato davvero un gran musicista. Un frammento di "Bambina innamorata" (ram) da un disco di Ferdinando Argenti:
E "Per me l'esperienza dei blog è, è stata, "palestra di co-abitazioni linguistiche" e "modus". Passerò ad un dominio quando alla gratuità affiancherò un libro da vendere":
E "Certo, dire a uno che in rete si chiama Giocatore (Matteo) di smettere di giocare è un controsenso. Ma i tempi sono tempi, bisognerebbe avere, anche un po', l'elasticità per riconoscerli, i tempi. Qui tutti stanno facendo del web una cosa diversa da quello CHE E', e noi giochiamo e facciamo gioco.":