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27/12/2005
L'ircocervo incollato (1 di 2)

Storia del Romanzo, Einaudi- Allora come fai a cercare di non essere d'accordo con me? Io credo che il romanzo sia ancora tale, perché è una narrazione di una esperienza.

- Sul tema del romanzo: è un tipo di problema, di quesito, di discussione che non mi entusiasma (sono pigrissimo, ed è un livello di discorso che mi farebbe rispondere, di botto, a pelle: "chi se ne importa di come sarà il romanzo del XXI secolo" quindi, come vedi, sono fortemente prevenuto sul piano dialettico e ideologico...in realtà non ho davvero i mezzi per dire qualcosa di sensato su questo argomento, se non "chi se ne importa..etc.etc". Dicevo di non essere d'accordo con te per questa frase in particolare: acc!!! non riesco a vedere il
sito di Bregola perché il sistema della Provincia me lo blocca, va bé è quel punto dove dici che il romanzo non deve costruire un mondo, qualcosa del genere.....  Parlando poi dell'ibridazione del romanzo, dicevo allora perché continuare a chiamarlo romanzo (e ti rivelerò che io non riesco quasi a leggere né romanzi né narrativa, io non sono un lettore di narrativa: leggo "come" narrativa altre cose (poesie, saggi, cataloghi, articoli, cartoline, fotografie...) che poi mi piacerebbe trasformare in narrativa, e non ne sono capace. Sono settimane che ho sul comodino il David Copperfield e non riesco a togliergli la polvere dalla copertina.....

-  Quella frase che tu citi è questa:" Per fare questo io credo che la scrittura non debba inventare mondi, creare complesse macchine narrative, ma deve provare a raccontare le competenze di ognuno. Sono queste che ci danno la misura del mondo in cui viviamo, delle relazioni che intratteniamo con le persone e con gli oggetti. Sono queste nude e trasparenti che ci forniscono con precisione i confini di quello che siamo noi e di ciò che sono gli altri". Io l'ho scritta pensando a scrittori o a blogger come te o
effe o Leonardo Colombati, oppure ai sostenitori delle opere mondo. Perché credo che questo sia stato il grande compito del romanzo del secolo concluso, queste opere mondo erano opere simboliche, fortemente simboliche. E a me del simbolismo non mi interessa un'acca. Io chiedo al romanzo, a questa cosa che mi ostino a chiamare romanzo, che se no non avrei scritto il Pasto grigio, ma qualcos'altro, di additare un senso altro che è allegorico. Voi scrivete creando mondi che simboleggiano il mondo reale, io scrivo il mondo reale perché additi altro. Non sto facendo un discorso religioso, ma di senso o se vuoi di verità. Ho notato che leggendo il mio intervento tutti dicono che io parlo di una forma ibridata, ma la forma a cui faccio riferimento io, parlando di competenza, di nudità è legata non tanto alla forma quanto ai contenuti.
Io penso che il pasto grigio sia un romanzo ircocervo, se io avessi messo alla fine del romanzo, una mia nota biografica in cui spiegavo tutti i miei studi fatti, tutte le mie passioni, e il mio lavoro, credo che nessuno potrebbe smentire che nel pasto grigio ho messo in pagina tutte le mie competenze.

-  Non cercherò di convincerti sulla bontà della prospettiva di chi "costruisce macchine narrative" (che peraltro sostengo al livello teorico, ma non sono in grado di attuare....) Dici:
"Voi scrivete creando mondi che simboleggiano il mondo reale, io scrivo il mondo reale perché additi altro". Premesso che io non sono, purtroppo, capace di creare mondi (mi pare si torni al discorso sulla nudità del mondo/Mondo) e quindi tu mi lusinghi associandomi in un "Voi", continuo a dubitare che tu scriva "il mondo reale".

- Per fare un esempio quando dante scrive la storia di farinata e di calvancanti, scrive qualcosa che è storia, che è fatto reale, eppure  addita ad altro. Io sostengo, ma questa è una mia vecchia convinzione che la letteratura italiana poteva scegliere tra Dante e Petrarca e ha scelto il secondo, che è stato il primo reale creatore di mondi e di macchine narrative, perché il Canzoniere è una macchina narrativa che levati... e la poesia di Petrarca è simbolica per eccellenza, tanto che quando fa il 'verso' a Dante nei Trionfi (penso in particoalre al Trionfo dell'Amore) si sente proprio il diverso intento, il diverso modo di operare sull'esperienza e sulla scrittura. Io vorrei che questo fosse un tempo di allegoria, per questo è vero il tuo dubbio sul mondo reale: perché io dico, o scrivo, questa cosa, che per te ne nasconde un'altra, ma per dirne un'altra. Il simbolo è qualcosa che sta nascosto.
L'allegoria è qualcosa che è oltre.

- Quindi ho ragione io: tu sei uno scrittore di allegorie; con l'aggravante che "spacci" delle complesse allegorie per "nudità del mondo". Se, e dico se, fossi uno scrittore, allora, sarei un "simbolista"? A me pare, però, che entrambe le prospettive cambino radicalmente aspetto (avvicinandosi) se noi le guardiamo, per così dire, "dal lato utente": tu cosa chiedi al lettore?



(continua...)

Postato da: Giocatore a dicembre 27, 2005 18:45 | link | commenti |
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