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dedra 884

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20/02/2006
Masticare onomastica

M. Il nome proprio precede la storia, la genera, la suggerisce, la invoca, la scoraggia, la segue, la deduce, la induce, l'accompagna, la giustifica? Da Fermo a Renzo, da x a Matteo.

D. 
Sui nomi dei personaggi è difficile dire cose razionali. Personalmente quando ho immaginato colui che poi si sarebbe chiamato Matteo, e l'immagine è stata proprio quella dell'uomo al fondo del tram, il nome di Matteo mi si è affacciato nel momento in cui si faceva nitida l'immagine.Il nome del protagonista completa la storia, la fa diventare vera. Nel momento in cui ha un nome, ecco da quel momento non puoi barare. C'è un nome, c'è il personaggio, il personaggio è.

M.
Eppure noi possiamo provare a dire cose razionali: il nome apre un contesto, più che chiuderlo: dischiude possibilità. E la storia psicologica tua (l'evangelista più la somma dei "Matteo" in 3D che hai conosciuto...) precede "inconsciamente" ogni possibile scelta. Parli della scelta del nome del tuo personaggio un po' come il genitore che vede il neonato per la prima volta e capisce quale è il nome di quell'esserci. In questo senso, ti senti "padre" dei tuoi personaggi?

D.
ll fatto è che io non avevo conoscenze di "Matteo" a parte l'evangelista. In questo caso vedendo il personaggio, vedendolo nella mia testa appoggiato alla sbarra del tram, ho pensato: questo qui si chiamerà matteo. Ha certo giocato l'etimologia del nome: il suo essere dono di Dio. Proprio perché avevo chiaro in testa quello che quel personaggio, che si sarebbe chiamato Matteo, avrebbe significato. Quindi non mi sento come un padre, perché un padre non sa come sarà suo figlio, io sapevo cosa sarebbe stato di Matteo. Ciò non toglie che esiste un lucido e nitido incoscio, che mi ha portato a trovare il nome giusto per il personaggio e questo al primo colpo. Non è stato così per Luisa, che prima si chiamava Lucia. Non a caso l'indecisione sul nome si riverbera anche sul personaggio che è il mio meno compiuto.

M. I
ntanto sono sinceramente rincuorato dal non avere attinenze col torturatore; sull'indecisione Lucia/Luisa cosa ha pesato? Intendi dire che il personaggio era il "meno" compiuto? "Lucia" è, in effetti, nome iperletterario, ed etimologicamente trasparente. Il nome condensa ed anticipa i tratti del personaggio, manzonianamente, anche per te?

D.
Lucia oltre ad essere un nome inutlizzabile, perché strettamente manzoniano, avrebbe finito per dare a "Luisa" un compito che non volevo che assumesse: quello della redentrice. Lucia come portatrice di luce, ecco. Questo mi disturbava, perché in realtà nessuna luce nessuna redenzione o grazia era prevista per matteo. Volevo escludere la grazia dal testo e anche dai nomi, quindi. E' il meno compiuto perché è quello che alla fine mi ha soddisfatto di meno, in certi passi è irrisolta.

M.
Veniamo ad Elvira. E' un nome che viene dal passato. Un po' come Marisa, avrebbe detto Paolo Conte. Che rapporto vedi tra l'onomastica familiare e, per così dire, "etnica" (i nomi dei tuoi familiari + quelli dei tuoi parenti + quelli del tuo luogo di nascita, amici, conoscenti compaesani + antenati  etc) e l'onomastica funzionalmente scelta all'interno della tua narrazione?

D. 
Elvira nel paese dove vivo è un nome comune. Poteva essere anche Rosina, o Radegonda, per dire. Mi servia un nome che separasse, che suonasse da divisorio con Matteo, ma che la facesse sentire familiare alle numerose donne, vecchie, che ho incontrato. Non so se è un nome etnico, ma è certamente un nome della mia ego-geografia, del mio mondo.

M. "
Il nome deriva dall'ebraico "Elbirah" e significa "tempio di Dio".  Secondo te possiamo parlare di una sorta di "etimologia inconscia", inconsapevole, che guida nella scelta dei nomi all'interno della narrativa. E se sì, sono più efficaci quelli scelti secondo una logica funzionale, là dove l'etimo o il contesto che il nome evoca è noto all'autore, o là dove la scelta avviene per "inconsapevolezza"??

D.
Io non sapevo nulla di elvira e dell'etimologia del suo nome. Per me era ed è un nome familiare. Questo contava nella costruzione del personaggio. Quindi non sono d'accordo sull'inconsapevolezza, neppure in questo caso, anche se per ragioni opposte a quelle di Matteo. In quel caso fu il senso nascosto del nome a convincermi che fosse adatto per il personaggio; qui a giocare è stata la consuetudine con quel nome e con le persone che mi evocava.

M.
Quindi entrambe le scelte sono state effettuate sul piano della consapevolezza (etimologia  nota di Matteo e familiarità "etnica" di Elvira). Quello che chiedevo è se attribuisci maggiore o minore felicità della scelta onomastica al grado di consapevolezza delle "ragioni" della scelta.

D. 
Ti posso dire che trovare e dare il nome 'giusto' al personaggio aiuta a svilupparlo. Quindi  più è profonda la consapevolezza, che io ho del personaggio più il nome ha attinenza con questo sapere.

Postato da: Giocatore a febbraio 20, 2006 19:35 | link | commenti (3) |
pontificazioni arbitrarie, corrispondenza privata


Commenti
#1   20 Febbraio 2006 - 19:39
 
lei è consapevole di essere anche un DdD (non Ddt:)...(Dono di Daniela), vero?:o)
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#2   20 Febbraio 2006 - 19:45
 
Non per vantarmi, ma io sono un dono PER Daniela (o una punizione?).

E poi, insomma, qui si fa alta analisi letteraria....
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#3   21 Febbraio 2006 - 09:01
 
una precisazione la "D." in questione non è la con-sorte ma io ovvero "d.".

e infatti mi firmo come
d.
utente anonimo

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